Padre o Patrigno? (11.09.2016)

Pubblicato giorno 11 settembre 2016 - Catechesi, In home page, Liturgia

Commento alla Liturgia della Parola

Leggi i Testi

Dio è pazzo d’amore per noi e non ha tregua perché vuol far sperimentare il suo amore a tutti i suoi figli.

Sì, è proprio così! Siamo tutti suoi figli!

Peccatori e giusti; assassini e pacifici; corrotti e integerrimi. Tutti!

Nel Vangelo di domenica scorsa Gesù delineava i criteri necessari per essere suoi discepoli: amarlo più dei propri cari; prendere la propria croce dietro a lui; lasciare tutto. È questo l’alto ideale che Gesù pone innanzi a ciascuno di noi. Un ideale che, e i santi di tutti i tempi (anche quelli non canonizzati ufficialmente) ce lo dimostrano, non è irraggiungibile. Sempre dobbiamo sforzarci di raggiungerlo!
Ma il Signore sa bene che siamo pecore e che, quindi, facilmente ci perdiamo. È risaputo, infatti, che la pecora, per la sua naturale conformazione, ha una capacità visiva di 4-5 metri al massimo. Se essa lascia il gruppo delle altre pecore si perde facilmente. È quello che succede anche a noi quando ci allontaniamo da Dio e dagli altri: ci perdiamo.
Qual’è allora l’atteggiamento di Dio?
I farisei di ieri e di oggi invocano il castigo divino su chi pecca confondendo, così, la giustizia divina con il giustizialismo.
Ma Dio è tutt’altro che giustizialista! 

«Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione».

Ma chi di noi lo farebbe mai? Ci sono le novantanove che vanno protette! Se quella si è persa, colpa sua. Pazienza! Doveva stare attenta a non allontanarsi!

È questa la nostra logica, diciamocelo. Ma non è quella di Dio.
Egli rischia le novantanove per andare alla ricerca di quella perduta. Si! Rischia. Le lascia in un luogo sicuro ma altrettante pericoloso: il deserto. Trovata la pecora smarrita non la punisce e nemmeno la rimprovera. Se la carica sulle spalle (una pecora non un agnellino) e la riporta dalle altre stravolto di gioia e con la festa nel cuore.
Ma perché non la punisce? È semplice. È la natura della pecora: si può facilmente perdere.
Stiamo ben attenti, allora, a non ergersi a detentori morali a mo’ di giustizialisti con chi sbaglia o pecca! Saremmo lontani mille miglia dalla volontà di Dio e, dunque, i primi ad aver bisogno di conversione.

Nella seconda parte di questa parabola a tre atti, Gesù ci fa capire, in modo concreto, di cosa è capace il Padre quando perde ciò che gli è caro: mette a soqquadro ogni cosa. Ed io me l’immagino questa donna che, avendo perso la moneta (il salario di una giornata di lavoro), smonta la casa togliendo fuori tutto: viveri, attrezzi da lavoro e persino animali domestici. Accende la lucerna e spazza la casa non dotata, ovviamente, di pavimenti.
Ma la cosa che più stupisce è che, trovata la moneta, fa festa con le vicine di casa spendendo più del valore della moneta stessa. La gioia di Dio è immensa nell’averci ritrovati!

Nella terza parte Gesù vuol essere più incisivo.
Sarebbe interessante commentarla frase per frase ma non voglio dilungarmi troppo. Sottolineo solo un aspetto comune ai due figli in rapporto al loro padre.
Entrambi hanno incentrato il loro rapporto col Padre sulla logica del do ut des. Ciò che maggiormente importa loro è ciò che spetta e non l’amore incondizionato del Genitore. Per questo motivo la relazione di figliolanza  è compromessa. Anche qui il Padre non rimprovera ne richiama, rispetta a malincuore la scelta del minore. Quando quest’ultimo sperimenta il bisogno estremo si rende conto che a nessuno importa di lui. Non era tanto il fatto che mangiasse le carrube dei porci a disturbarlo, piuttosto il fatto che nessuno gliene dava. È allora che riflette sulla enorme generosità del Padre e sulla sua miserevole condizione: quanti salariati in casa di mio Padre hanno pane in abbondanza…
Non ha ancora compreso, però, il suo essere figlio. Chiede di essere trattato come uno dei servitori. Ma il Padre che lo aspettava senza darsi pace, con commozione viscerale e con le lacrime agli occhi per la gioia, gli corre incontro, lo abbraccia, lo bacia e gli restituisce la dignità di figlio senza ombra di risentimento.
Il maggiore ha la stessa visione del suo rapporto col Padre. È risentito e arrabbiato col Padre perché lo ritiene ingiusto: tu a me non hai mai dato nemmeno un capretto… Anche questo ha bisogno che gli venga ricordato di essere Figlio e che l’amore del Padre è incommensurabile e gratuito. A prendere parte di questo amore e della gioia che ne consegue è invitato anche lui.

Le domande, allora, che oggi pongo a me e a voi sono:

  • Dio è per noi Padre o patrigno?
  • Di che tipo è il nostro rapporto con Lui?
  • Ci sentiamo figli amati gratuitamente o sudditi timorosi?

 

BUONA DOMENICA A TUTTI!