Dimmi come preghi e ti dirò chi sei

Pubblicato giorno 20 ottobre 2016 - Catechesi, Commento Parola, Commento Parola, In home page, Liturgia

 Commento alla Liturgia della Parola

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Domenica scorsa, amici carissimi, la Parola di Dio ci invitava ad entrare nel mistero grande della preghiera assaporandone la bellezza e scoprendone l’essenzialità: non possiamo farne a meno se non vogliamo incattivirci.

Questa domenica, XXX del Tempo Ordinario, ci viene proposta quella che per alcuni biblisti è la parabola più sconcertante che Luca racconta. Un insegnamento sull’atteggiamento interiore corretto che il credente deve assumere per entrare in relazione con il Padre.

Anzitutto l’evangelista ci dice che Gesù raccontò «questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri”: “Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato”».

Subito ci viene da identificarci tutti col pubblicano: non abbiamo nulla a che fare con quel borioso fariseo. Dobbiamo però stare ben attenti a non interpretare il brano al di là del messaggio che il brano stesso vuole lasciarci.

Anzitutto capiamo chi erano i farisei e chi i pubblicani.

Il termine Fariseo significa separato. Separato da chi vuole trovare un compromesso nell’osservanza della  Torah, la Legge. I farisei, infatti, erano uomini (laici perlopiù) che osservavano meticolosamente la Legge scritta e orale. Tutto sommato non era gente cattiva né corrotta. Alla base del loro essere ponevano la preghiera e l’osservanza dei precetti. Gesù li attacca solo per il fatto che essi pensvano di salvarsi solo attraverso il loro puro formalismo.
I pubblicani, invece, erano i pubblici ufficiali dell’invasore romano, addetti a riscuotere il dazio. Roma tollerava che su questo essi aggiungessero la percentuale che volevano. Si erano, addirittura, costituiti in una vera e propria associazione a delinquere, con dei veri e propri capi. Praticamente erano ladri autorizzati.  Questi, secondo il Talmud, non potevano salvarsi perché, anche se si fossero sinceramente convertire, per essere salvati, avrebbero dovuto restituire il mal tolto a tutti i truffati, con l’aggiunta del venti per cento. Questo era praticamente impossibile.

Tornando ai nostri due protagonisti che salgono insieme a pregare al Tempio.

Nel fariseo non si evince nessun peccato grave, è impeccabile il suo modo di vivere. È un po’ orgoglioso, ma non è, moralmente parlando, un uomo riprovevole. Anzi! Digiuna due volte la settimana, il lunedì e il giovedì, quando il digiuno obbligatorio è solo una volta l’anno, il giorno del Kippur. Egli, come tutti i farisei, digiuna due volte la settimana per espiare i peccati del popolo. Paga la decima, non soltanto sul raccolto e sulle nascite degli armenti, come previsto dalla Legge, ma su tutto ciò che possiede per riparare il mancato pagamento della decima dei furbi che non lo fanno.
Il suo problema di fondo allora qual è? Egli è pieno di sé stesso. Non è venuto a pregare Dio, ma a farsi attestare da Lui quello che egli è: diverso dagli altri uomini che sono, a suo dire, tutti ladri, ingiusti e adulteri (bella considerazione del genere umano!). Vuole che gli vengano riconosciuti i meriti, come se Dio fosse un notaio. Incalza talmente tanto l’Altissimo che sottolinea la differenza che c’è tra lui e il pubblicano.  Il testo greco così recita: «ὁ Φαρισαῖος σταθεὶς πρὸς ἑαυτὸν ταῦτα προσηύχετο» trad. «Il fariseo, stando in piedi, verso sé stesso pregava così». La preghiera è rivolta a sé stesso e non a Dio. È colmo di sé. Non c’è spazio per Dio nel suo cuore e non può essere messo sulla giusta strada, giustificato.
Il pubblicano, invece, consapevole del suo enorme peccato, non osa nemmeno alzare gli occhi verso Dio (verso il cielo) e, battendosi quello che per i semiti è il centro delle decisioni (il petto, il cuore), chiede pietà di lui, peccatore. Questi, riconoscendosi peccatore e bisognoso dell’amore di Dio, apre il suo cuore e torna a casa giustificato, messo, cioè, sulla giusta strada, quella del cambiamento di vita.

Mi viene da pensare a due tipologie di persone che, a volte, capita di incontrare: quelli che credono di essere giusti, pochi in verità, e partecipano alla vita della parrocchia (messe, etc…) sentendosi in dovere di spiattellare in faccia agli altri, e quindi a Dio, i loro pregi e i loro “doni” disprezzando gli altri o, quel che è peggio, facendoli sentire inferiori ed incapaci; quelli che, in ultima analisi, non partecipano alla vita della comunità e si sentono migliori e più giusti di quelli che, invece, partecipano. Questi ultimi sono parecchi.
In entrambi i casi non si viene giustificati da Dio sicché si è pieni di sé stessi e non c’è spazio per Dio.

Siamo tutti peccatori, nessuno escluso!
Siamo tutti bisognosi dell’Amore misericordioso di Dio Padre che non guarda ai meriti dei suoi figli, ma ai loro bisogni.

Riconosciamoci tutti bisognosi della sua Grazia!

BUONA DOMENICA A TUTTI!!!