Dio e la ricchezza (18.09.2016)

Pubblicato giorno 17 settembre 2016 - Catechesi, Commento Parola, In home page, Liturgia

 

Commento alla Liturgia della Parola

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Nella parabola del vangelo di oggi, Gesù sembra quasi giustificare la disonestà. Non è così ovviamente!

Andiamo per gradi.

L’immagine che Gesù ha davanti è quella dei grandi latifondisti.
Questi vivevano nelle grandi città ed erano soliti affidare l’amministrazione dei propri possedimenti a degli amministratori che avevano il compito di gestire il latifondo e consegnare al relativo proprietario quanto era stato stabilito. Quello che veniva prodotto in più era per l’amministratore, il suo compenso.
Possiamo, allora, immaginare come le cose potevano essere facilmente falsate per garantirne un maggior profitto a favore dell’amministratore stesso.

Ma chi rappresentano i due personaggi della parabola?
Qui il padrone è Dio e l’amministratore è l’uomo.

Nulla ci appartiene. Non siamo padroni di nulla. Siamo amministratori di beni non nostri. Anche la vita stessa è un dono, così come anche le nostre capacità non sono nostre. Veniamo al mondo senza niente e partiamo da esso senza niente. Siamo degli amministratori e non dei padroni (Cf. 1Pt 4,10-11).
I doni sono stati messi a disposizione nostra e noi dobbiamo metterli a disposizione degli altri fratelli. È questa la volontà di Dio. Ciò che si richiede, dunque, all’amministratore è che sia fedele e che abbia la consapevolezza di essere un pellegrino sulla terra ed anche che, ad un certo punto, l’amministrazione finisce e ce ne verrà chiesto conto. Come hai amministrato i beni donati?

I beni di questo mondo ed il prestigio, nel futuro, nell’altra parte, non conteranno nulla.

L’amministratore della parabola viene accusato di non essere stato fedele. Egli non tenta nemmeno di difendersi perché i fatti sono così conclamati che vi rinuncia. Comincia, però, a ragionare tra sé. Deve trovare al più presto il modo per vivere. Cosa fare? Come agire? Valuta tutte le possibilità, ma le scarta.
Dopo essersi arrovellato il cervello, gli  viene il colpo di genio: mi farò degli amici! Perché i beni nel futuro non contano nulla, l’amicizia si. L’amico lo può accogliere.
In fin dei conti, fa la scelta fondamentale di non trattenere più nulla per se allo scopo di farsi degli amici. Rinuncia alla sua parte dei beni, a quello che pretendeva dai coltivatori. Infatti, chiama a rassegna tutti i debitori e fa cambiare le ricevute decurtate della percentuale spettante a lui (cento barili d’olio? Scrivi cinquanta). Cede tutta la sua parte senza trattenere nulla per sé facendo la scelta dell’amico.
È questo atteggiamento che il padrone, e dunque Gesù, loda di questo amministratore il quale prima era stato disonesto ma che, ora, ha deciso di giocare la sua vita sul valore dell’amicizia e non più sull’accumulo dei beni per sé. Ha giocato il futuro sull’amicizia impiegando tutta la sua energia.

Gli insegnamenti che Gesù vuole lasciare a noi sono quattro.

Hai ricevuto, su questa terra, dei beni da parte del Padre. Amministrali bene, non trattenerli per te ma fatti degli amici perché questi, un giorno, testimonieranno che i beni che ti sono dati, tu, li hai impiegati per costruire amore.

1. «I figli di questo mondo sono più scaltri dei figli della luce». Chi non segue i principi evangelici agisce senza scrupoli con l’unica preoccupazione di non essere scoperto. Diversamente, i figli della luce, che seguono i principi evangelici, vivono nell’ottica del dono di sé. Questi ultimi si trovano svantaggiati in questo mondo. È un dato di fatto.

2. «Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne». La disonesta ricchezza sono i beni di questo mondo in contrapposizione alla vera ricchezza: l’amore. Gesù, in fin dei conti, ci invita a vedere i beni di questo mondo come un’opportunità per costruire amore; e bisogna lasciarsi salvare subito da più amici possibili: se non trasformi in amore i beni donati e li accumuli per te, non ti rimane nulla. Il Signore non disprezza la ricchezza ma ci mette in guardia: essa può diventare ingiusta quando viene usata impropriamente a discapito degli altri.
Ogni uomo che accumula per sé provoca ingiustizia.

3. Essere coerenti: «Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?».
La ricchezza di questo mondo è altrui, non nostra. Quella vera, quella nostra, è l’amore che abbiamo saputo costruire attraverso la condivisione dei beni a noi affidati su questa terra, comprese le nostre capacità e la nostra stessa vita.

4. «Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza». Semplicemente perché danno ordini diversi. Dio ci invita ad essere dono e a vivere nell’ottica del dono. La ricchezza, al contrario, ci spinge ad accumulare per noi stessi. Dono ed egoismo, dunque, sono l’uno l’opposto dell’altro.

Sorelle e fratelli carissimi, impegniamoci, dunque, con tutte le nostre energie, a costruire amore coi beni che il Padre ci ha donato!

È un’urgenza massima!

 

BUONA DOMENICA A TUTTI!